SHI (si faccia)

 

Alla figura di Padre Matteo Ricci, matematico e cartografo di origine maceratese stabilitosi in Cina tra la fine del Cinquecento ed i primi del Seicento, primo a creare un ponte culturale tra Occidente ed Oriente, è dedicata Shi (si faccia) in prima esecuzione assoluta al Teatro ‘Lauro Rossi’. Con questo spettacolo (replicato il 26 luglio, 2 e 9 agosto), si è aperta ieri la 53a edizione di ‘Macerata Opera Festival’.

Diretta dall’autore Carlo Bocciodoro ed articolata in cinque scene, su libretto di Cecilia Ligorio che ne ha firmato anche la regia, l’opera che dura appena un’ora, si avvale di un organico assai ristretto formato da due voci di baritono (Roberto Abbondanza e Bruno Taddia) ed una voce recitante (il narratore, Simone Tangolo), accompagnate da due pianoforti (Andrea Rebaudengo e Paolo Gorini) ed un ensemble di percussioni (Tetraktis). Scene, costumi e luci sono ideati e realizzati dall’Accademia di Belle Arti di Macerata. La figura di Matteo in realtà si scompone in tutti e tre i personaggi (anche se questo si scopre alla fine): i due baritoni che interpretano il monaco e il suo adepto, e la voce narrante che legge le sue lettere.

Il titolo ‘Shi’ che significa ‘Si faccia’, si riferisce alle parole pronunciate e scritte di proprio pugno dall’imperatore cinese Wanli detto anche Il Tianzi, figlio del cielo e signore legittimo del mondo, (dinastia Ming) alla morte di Li Mandou (nome cinese del gesuita): l’Imperatore acconsentì alla sepoltura del Monaco nella Città Proibita (fatto che non era mai accaduto ad alcuno prima di allora) come riconoscimento dell’importanza del suo operato.

‘E’ una figura assolutamente straordinaria Padre Ricci, nato il 6 ottobre 1552 in una nobile e agiata famiglia di Macerata, primo di 13 figli: un uomo che con la forza della propria intelligenza e della propria fede è riuscito ad oltrepassare ostacoli apparentemente insormontabili ed a fare quello che nessuno pensava fosse possibile fare all’epoca in  quel Paese ‘completamente sigillato’ rispetto al resto del mondo. Con la sua fede ha sconfitto tutti gli ostacoli. E’ stato un grande diplomatico – ha raccontato il regista alla stampa.

‘Non c’è nell’opera un vero e proprio dramma – ha continuato l’autore – si tratta piuttosto di un lavoro per così dire astratto, basato sulle idee, non sull’azione, anche se in teatro l’azione è necessaria. Non si può parlare quindi di opera lirica nel senso ottocentesco del termine, quanto di ‘teatro musicale’, per sottolineare l’assenza di richiami nostalgici alle opere convenzionali.

Chi pensava di assistere a cliché orientali (cineserie ed effetti cartolina) è rimasto deluso: l’esotismo evocato non strizza di certo l’occhio al pubblico.

Non si tratta però di un’opera d’avanguardia o di retroguardia di arduo ascolto e  difficile comunicabilità, a cominciare dalle linee melodiche che seguono il testo e la flessione delle voci, senza balzare dal registro acuto a quello grave e viceversa, come potremmo aspettarci: il linguaggio è piuttosto armonico e facile da recepire.

Le uniche citazioni si riferiscono al canto gregoriano: nei momenti in cui Matteo prega, l’autore cita dei frammenti del ‘Laudario di Cortona’, codice musicale manoscritto della seconda metà del XIII secolo.

Opera indubbiamente originale e piena di energia.

Paola Cecchini

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