Il Pesarodocfest affronta i temi sociali e dell’emigrazione con grandi esperti

 

Quando un festival, come il Pesarodocfest, affronta, oltre all’aspetto documentaristico, dagli effetti di Chernobyl dopo tanti anni dall’esplosione della centrale termica, al viaggio all’Inferno delle città siriane distrutte dalla guerra, dibattiti e interviste con esperti come in un viaggio nel mondo delle mafie, con Senso di marcia – Viaggio nell’Italia delle Mafie, con il giornalista Duccio Giordano, autore anche di importanti docufilm tipo “Vita sotto scorta”, “In terra di Gomorra” e le video inchieste “Afghanistan la Transizione”, “I bambini dell’Isis”, si comprende come la professionalità di reportage, ma anche di livello sociale è straordinaria e accanto a lui un magistrato, Catello Maresca, della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, che dal 2007 ha coordinato con grandi risultati molte operazioni complesse contro il clan dei Catalesi e all’arresto di oltre 1000 delinquenti e al sequestro di centinaia di milioni di euro. La platea di Piazza del Popolo era gremita per ascoltare questi due personaggi che, fin dall’inizio, hanno voluto rovesciare il tavolo: rinunciare a recitare sempre lo stesso copione, quello del cronista-coraggio che brucia tutti sul tempo nel mercato delle notizie. Scrollarsi di dosso un ruolo preconfezionato dal sistema mediatico, in materia di lotta alla mafia. Inizia, così, un percorso associato ad un contributo multimediale. E all’inquietudine del cronista che visita i luoghi delle mafie: Napoli, Gela, Palmi, Reggio Calabria, Milano, si accosta l’esperienza spesso isolata di un magistrato impegnato nella frontiera della lotta alla mafia. Una narrazione dalla quale emerge una sola verità possibile: a tenere in piedi la lotta alla mafia non esistono eroi o personaggi predestinati, ma uomini e donne, mogli e padri di famiglia che hanno deciso di rinunciare ad un approccio impiegatizio e hanno deciso di sacrificare il bene più prezioso per dare continuità al proprio lavoro, per dare significato al proprio senso di marcia. Il problema dell’emigrazione è stato affrontato con un dialogo fra il giornalista Fabrizio Gatti e Luca Zingaretti in un format dal titolo 61 Miglia a sud di Lampedusa. Fabrizio Gatti è considerato uno dei maggiori giornalisti che con le sue inchieste “undercover”, sotto copertura, ha raccontato i drammatici viaggi della speranza. Gatti ha pubblicato “Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini”, premio Tiziano Terzani, diario di quattro anni vissuti da infiltrato tra il deserto del Sahara, l’isola di Lampedusa e le campagne dove, domina il fenomeno del caporalato e grazie allo sfruttamento della manodopera, l’industria alimentare compra prodotti a prezzi di fame. Insieme all’attore Zingaretti, hanno affrontato e raccontato il viaggio più emozionante, ma anche più pericoloso e drammatico del nostro tempo, Il viaggio alla ricerca di un luogo sicuro dove far crescere i propri figli. Lontano dalla guerra, dal fanatismo e dalla follia. E’ la storia di sei bimbi di Aleppo. Partiti con le loro mamme e i loro papà. Lungo la rotta più famosa. Dalla Libia a Lampedusa. Tanti interrogativi aperti, in un momento di allarme da parte della politica itlaliana, per evitare un collasso di entrate, che fin dall’inizio dell’anno ha visto la presenza di 70.000 sbarchi nelle coste italiane. Vi è poi il racconto attraverso un libro dal titolo “Qualcuno è vivo” di Antonio Mancini, intervistato dal giornalista Radio Rai. Antonio Mancini, detto Accattone, è stato uno dei membri della banda della Magliana. Originario del quartiere di San Basilio a Roma, Mancini iniziò la sua carriera criminale in giovane età in una banda specializzata nell’assalto ai treni. Oggi è collaboratore con giustizia, figura creata dal giudice Falcone e lavora come accompagnatore per disabili. Nella prefazione al libro della giornalista Federica Sciarelli è sottolineato: “Ad Antonio Mancini, consigliai di scrivere la sua vita e quella degli altri. Sarebbe stato importante far sapere che quando diventi un killer o un ladro o un rapinatore, non diventi un eroe, ma solo un uomo disonesto che deve ritrovare la sua strada. In questo libro c’è il mondo della criminalità, che non è finito, che viene da lontano, da quando Mancini era un bambino, e che è tuttora vivo e vegeto. A Roma non si muove una foglia che la banda della Magliana voglia: una frase che sembrava vecchia, e che invece è ancora qui, a ricordarci che i malavitosi sono sempre gli stessi, un pò invecchiati e appesantiti, ma sempre gli stessi. Ma questa volta Antonio Mancini è da un’altra parte, quella giusta”.

 

Paolo Montanari

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