La mostra del cinema di Pesaro riporta alla sua bellezza estetica il film più amato da Rossellini: INDIA. Un confronto con un altro grande cineasta Pasolini

Grazie a Bruno Torri, che sta curando la sezione sul cinema di Roberto Rossellini, omaggio-ricordo del grande cineasta a 40 anni dalla morte, nella ricca programmazione della 53esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, e dello storico del cinema, altra pietra miliare della Mostra, Adriano Aprà, ieri si è potuto rivedere nella sua luce e cromatismo, nella sala Pasolini, il film India del 1958, di Rossellini, dopo un accurato restauro al Centro di Cinematografia. Per Roberto Rossellini, il documentario, tale è questo film con attori non professionisti, si distingueva dai suoi primi film, cinema-verità, ma assumeva nel contesto della filmografia rosselliniana un valore, che ancora oggi è di prim’ordine. Cosi si esprimeva Rossellini a tal proposito: “Oggi la menzogna, più nel cinema che altrove, circola in maniera straordinaria. Ma la menzogna presuppone la verità. Io l’ho compreso arrivando in India. Le maschere vanno bene, sono favorevole, ma sono favorevole nella misura in cui bisogna togliersi le maschere. Per me, l’India fu…come la soluzione di un problema. Una parola che avevo sulla punta della lingua, che  richiamava Paisà, Europa51 o La paura. Oggi si chiama India”. Siamo in un periodo di crisi produttiva per Rossellini, e la decisione di fare un viaggio in India con l’operatore Aldo Tonti, si concretizzò il 15 marzo 1957. Un anno di riprese, che doveva essere inzialmente di 11 episodi, ridotti a quattro, con una strttura narrativa come Paisà. Ma Rossellini, se nei primi film è un neorealista, con India supera i confini, del drammatico e del romanzesco, e diviene ancora più stringato dei suoi primi lungometraggi. Ecco perché fu ben accolto al Festival di Cannes il 9 maggio 1959, ed elogiato da uno dei padri della Nouvelle Vague, Jean-Luc Godard: “India, c’est la création du monde” E un altro grande del cinema francese, Francois Truffaut, definì India, “una visione globale del mondo, una meditazione sulla vita, morte, natura, animali in un poema libero”. In effetti il film ha come tema centrale l’anima del popolo, le sue gioie e i suoi dolori, mentre indulge di meno sui lati estetici e formalistici. Il film il cui titolo orginale è India Matri Bhumi, parte con una sequenza iniziale che sarà anche quella finale, del caos di Bombay, con le sue stratificazioni di culture millenarie e la modernità. I quattro blocchi narrativi, iniziano con la figura di un mahut, il conduttore di elefanti, che approfitta della stagione degli amori, per conoscere e poi sposare una ragazza del villaggio. Il secondo è incentrato sulla figura di un operaio che contribuisce alla costruzione della grande diga di Hirekud, ma poi decide con la sua famiglia, di abbandonare i luoghi in cui  aveva trovato ospitalità e lavoro. Il terzo episodio è commovente ed ha come protagonista un anziano che si adopera per sottrarre alla caccia degli uomini, una tigre, che le modificazioni del suo habitat, hanno reso pericolosa. Il tema della tigre lo ritroveremo anche nel documentario di Pasolini, Appunti sull’India. Qui Rossellini fa parlare un attore indiano con voce fuori campo ed utilizza una strumentazione originale indiana. Il quarto ed ultimo episodio di India, è legato alla figura di una scimmia addomesticata, che durante il trasferimento verso una fiera cittadina, perde per insolazione con un brutto decesso, il suo padrone. La sequenza della lenta morte dell’uomo, è un capolavoro, che certamente ha influenzato il cinema dei fratelli Cohen e di Tarantino. L’animale è osteggiato dagli altri animali, in particolare i rapaci pronti a sbranare quel corpo, che in pochi istanti è passato dalla vita e la morte. Ma alla fine viene comperato da un nuovo padrone che lo riporta in città, dove vi è il caos di Bombay.” A questo punto viene spontaneo fare un paragone o meglio una analogia con un altro film sull’India, Appunti sull’India di Pier Paolo Pasolini del 1968, documentario girato per la Rai, che fu anticipato da un viaggio dello stesso Pasolini in India con Moravia ed Elsa Morante nel 1960-61 e confluito nel libro “L’odore dell’India” . Questo romanzo è un resoconto del viaggio di 6 settimane . Nel 1960 Pasolini ha appena iniziato di girare  il suo primo film da regista, Accattone. Ma i contrasti con Fellini, regista e produttore del film, fanno saltare tutto. E allora viene  realizzato questo viaggio, un vero e proprio reportage di viaggio, il punto di vista di un artista estremamente vivace e versatile: il suo percorso è come quello di un segugio sulla peste dell’odore dell’India. Un odore reale e non metafisico, perché Pasolini come Rossellini, non ha paura di confrontarsi con l’umanità. Quello che cerca è proprio l’ebbrezza dell’ignoto, che si può celare dietro un contatto occasionale. Le sue famose passeggiate notturne gli procurano sempre nuova materia per approfondire i temi sulla religione, la borghesia, la cultura e la morte.  Vi è in quel mondo notturno un diffondersi di indifferenza, ma anche di ricerca di amore e impotenza. Questo immediato fluire di affetto, in queste brevi e fugaci relazioni, porta a contatti dolorosi e si ha “l’impressione di lasciare un moribondo, in tutte le strade dell’India.

Paolo Montanari 

 

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