Intervista al prof. Gualtiero De Santi su Poeti fra Marche e Romagna, ultimo incontro alla Biblioteca Bobbato di Pesaro

 

 

 

In una sala conferenze della biblioteca Bobbato di Pesaro, affollata di persone, si è svolto l’ultimo incontro dal titolo Poeti tra Marche e Romagna. Relatore il professor Gualtiero De Santi, scrittore, e direttore della rivista di studi dialettali, Parlar franco, e noto critico letterario. Presente anche il docente e attore, Roberto Rossini che, al termine della conferenza, ha letto alcune poesie di Pascoli e Tonino Guerra. La serata è stata presentata dal giornalista Paolo Montanari che ha curato i tre incontri alla biblioteca Bobbato, organizzati dalla stessa Biblioteca e Iscop.

 

-Nel suo intervento di sabato 26  c.m.  alla  Bobbato di Pesaro, lei ha affrontato l’argomento degli autori letterari tra Romagna e Marche ma altrettanto delle guerre mondiali. Come si legano queste due problematiche?

“La conversazione  da me avviata presso la Biblioteca Bobbato  che, come  alcuni  sanno, ha scelto di specializzarsi  in  discipline e materiali storici,   si colloca all’interno di un  ciclo di conferenze  dedicato alla guerra. Nella fattispecie, il tema dei poeti e degli scrittori tra Romagna e Marche,  inclusi i dialettali, ha avuto a  contraltare le fratture esistenziali del primo e del secondo conflitto mondiale. Fratture a cui gli scrittori italiani  hanno reagito, non solo partecipando e documentando i fatti dal punto di vista della loro esperienza (la trincea in Ungaretti o Serra, il campo di concentramento nei casi ad es. di un Gadda e  di un  Primo Levi), ma anche elaborando un  punto di vista critico che in forza del  carnaio del 1914-18 ha visto molti sospingersi  sulla strada del nichilismo  radicale  e dadaista, laddove la maggior maturità delle lotte contro il nazismo e il fascismo ha potuto produrre, nel caso italiano, la Repubblica e la Costituzione, e nel contesto  sovranazionale un settantennio di relativa pace”.

“L’angolazione del discorso  ha  dovuto  così essere necessariamente europea. Così nel caso della seconda guerra mondiale  era in un certo senso inevitabile far memoria  della produzione antagonistica e insieme propagandistica dei poeti progressisti e democratici  (ad es. in Francia  Louis Aragon e Paul Eluard, che scrisse in quella occasione la celeberrima “Liberté”, né si scordino i moniti di un Bertolt  Brecht) e insieme ripercorrere col pensiero  una vasta letteratura diaristica e biografica, culminata da noi in Italia con “Se questo è un uomo” di Primo Levi, mentre la terribilità del primo conflitto mondiale  risulta  accertabile, tutt’affianco al classico Ungaretti oppure ad Emilio Lussu,  in alcuni intensi testi di Saba e soprattutto nell’accensione espressionistica delle prose e poesie di trincea di Clemente Rebora, uno dei vertici del nostro Novecento, che avrei voluto trattare più approfonditamente (ma spero che non mancherà l’occasione, magari sempre alla Bobbato)”.

 

-Cosa però è avvento tra Marche e Romagna?

” Venendo  alla questione  degli autori nati e operanti tra Marche e Romagna, il precedente letterario che dovrebbe  concernere   tutti, o almeno una gran parte di loro, è la figura di Giovanni Pascoli, il cui influsso ha operato  innegabilmente ad es. sul primo  Volponi e a maggior ragione sui poeti romagnoli in vernacolo e ancor più in neo-volgare (questi ultimi, particolarmente sensibili all’intreccio sinestetico tra visionarietà e onomatopea). Influsso che si è sostanziato ad es. nei motivi del paese, delle radici perse o estirpate, dei morti e del  loro indistinto vociare. Un fruscio  simile a quello degli uccelli marini scivolanti sulle onde ne “I puffini dell’Adriatico”.  Scomparso a Bologna nel 1912, Pascoli non visse ovviamente i tempi della guerra mondiale. Nondimeno l’evoluzione del  socialismo populista da lui professato verso posizioni nazionaliste entra in quella dimensione che gli avrebbe ispirato i “Poemi italici” e il mito ambiguo della “Grande Proletaria”, che va a proiettarsi sinistramente sulle nostre avventure coloniali e belliche”.

“Naturalmente anche da noi in loco, tra Rubicone e Metauro, è esistita una letteratura di guerra, in primo luogo quella dei combattenti e dei capi partigiani (vedi il caso del comandante Giuseppe Mari a Pesaro). E  anche i poeti dialettali  sono stati interpreti dell’epopea resistenziale, basti pensare ad Aldo Spallicci (finito anche al confino, come  ricordato qualche tempo fa un libro). Nel caso ulteriore di Tonino Guerra, la sua poesia nasce proprio dall’esperienza del lager e dalla necessità di una memoria che si nutrisse  di cose concrete (onde l’importanza del medium dialettale, della sua materialità). Più in particolare – questo pochi lo sanno – in un suo romanzo pubblicatogli  da Elio Vittorini nella collana dei  Gettoni, “Dopo i leoni”, viene descritto il ritorno di un reduce a casa. Già allora, siamo nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, Guerra si mostrava fedele alle sua ragione dialettale (come annotò sempre Vittorini nel risvolto di copertina del libro)”.

 

-Il suo è stato un vero e proprio “tour de force”…

“Ho insegnato Letterature Comparate all’Università di Urbino e mi ritengo un comparatista, cioè a dire uno abituato a ragionare  ogni cosa  al plurale e con le necessarie  metodologie.  In questo modo mi è riuscito di tenere insieme una materia che è certo  complessa e articolata, e in fondo nulla esiste di per sé. Ma nel delineare il quadro d’assieme e le sue singole partizioni, sono stato affiancato e aiutato da Roberto Rossini, che unisce alle qualità dell’interprete quelle dello studioso. È a lui, del resto, che è stata affidata una sintesi finale concertata su  un testo tratto da “Trovatori” di Gianni D’Elia, raccolta quest’ultima  nelle cui pagine e versi sfilano, quasi ‘dantescamente’.  alcuni dei poeti e delle personalità  che hanno illuminato la nostra letteratura novecentesca.  Da Franco Fortini a Pasolini, da Laura Betti a Volponi”.

 

Paolo Montanari

Foto Adamo Sanchini

 

 

 

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